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Master
Il Ciccio
   
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Posted - 26/03/2010 : 11:20:55
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Il fuoco crepitava nel camino e un odore pungente di incensi riempiva la stanza. A capo chino, in ginocchio sul pavimento di pietra nera, la donna gettò altro legno tra le fiamme. I capelli rossi raccolti in una lunga treccia che cade lungo la schiena nascosta da un vestito di satin nero, la donna specchiava il suo volto nel fuoco, in silenzio. Un rumore proveniente dal corridoio interruppe i suoi pensieri, per quanto profondi. Passi... La grossa porta di legno si spalancò e uno spiffero gelido invase la sala. Un brivido assalì la donna, che si rannicchiò portando le braccia strette al petto. <<Lo stanno portando qui. Tutto è pronto?>> La voce del soldato appena giunto era ferma, non tradiva nessuna emozione. Per quanto fosse una situazione tragica. Per quanto sia un momento rimandato da quasi novecento anni... Ma loro, semplici mortali, non potevano neppure sfiorare con l'immaginazione il significato reale di ciò che stava per accadere. La donna lo sapeva bene, e ogni dettaglio della notte contribuiva a rammentarglielo. <<Va bene. Qui è tutto pronto.>> La donna strinse gli occhi, facendo scorrere lo sguardo sul tavolo dall'altro lato della stanza. Ogni cosa era pronta, come le era stato ordinato. <<Andiamo.>> I due uscirono dalla stanza senza rivolgersi più la parola, come se ogni cosa fosse già stata detta. La donna sentiva il peso di ogni parola e di ogni gesto compiuto quella notte. Chiuse dietro di loro la porta, con delicatezza. La sua mano tremava. Che gli Eroi veglino questa notte su questo palazzo. Sì... che veglino anche su di lui...
***
Le catene strette ai polsi iniziavano a dolere. Davanti a lui cinque guardie, dietro altrettante. Il mezzosangue sorrise, pensando a quanto sarebbe stato facile liberarsi e abbatterle. Ma non era più il momento delle battaglie, poichè una guerra si prospettava all'orizzonte e lui, che per tutta la vita aveva osservato ogni cosa, sapeva leggere i segnali che altri faticavano a cogliere. Se avesse affermato di essersi consegnato, avrebbe mentito. Aveva venduto cara la pelle, e questo lo sapeva bene lui come coloro che erano riusciti ad abbatterlo. Lo sa bene anche Zedeon... Era l'ultima persona contro la quale avrei voluto sfogare la mia frustrazione. Spero potrà perdonarmi, in futuro... Il mezzosangue si fissò per alcuni istanti la mano sinistra. Percepì provenire da lontano un fremito, tipico dell'Antica Magia. Strinse le dita, respingendo la tentazione. Una guardia alle sue spalle lo spinte. <<Muoviti, cane! Non ti fermare!>> Il colpi dato con il manico dell'alabarda fece barcollare il mezzosangue. Si appoggiò con una spalla alla parete del corridoio, tentando di mantenere l'equilibrio. Trasse un respiro profondo. Ogni cosa cesserà, anche questo. Ciò che accade è già accaduto in passato e la storia si ripete. E' questo ciò che ho imparato in questi secoli. Ogni cosa muta e ritorna. I pensieri del prigioniero cominciarono a correre lungo i fili del passato, senza nessun controllo. Immagini affiorarono da un luogo lontano, un luogo che pensava di aver dimenticato. E rivide il suo volto, ancora impaurito, mentre lo liberava da quella catasta di corpi massacrati, accatastati gli uni sugli altri, al lato della strada che conduceva alle miniere. Schiavi uccisi dai loro padroni, e gettati via come pietre senza valore. Quel ragazzo, dagli occhi verdi, il corpo straziato dalle torture, i vestiti strappati, lo sguardo perso. Lo aveva estratto ancora vivo e lo aveva portato nella sua dimora; era stato molto attento, se fosse stato scoperto a nascondere e proteggere uno schiavo, sarebbero stati guai perfino per lui. Fu lo sguardo di quel ragazzo, a far comprendere al mezzosangue l'abominio che si celava dietro l'impero di Amrod. Furono quegli occhi senza emozioni, spenti a causa del dolore. Gli occhi di colui che un giorno prese il nome di Varlak I, sovrano della città libera di Salem. Un secondo colpo alla schiena strappò dai ricordi la mente del mezzosangue. Erano arrivati a destinazione. La porta si spalancò. Oltre, il mezzosangue vide colui che lo attendeva. Come sei cambiato, ragazzo... Porti sul viso il segno degli anni, delle battaglie e del dolore che dilania il tuo stesso spirito... Il tuo sguardo.. il tuo sguardo, però, è sempre lo stesso...
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In un angolo, circondato da ombre che come fili invisibili avvolgevano il suo corpo, il sicario osservava la scena, accarezzando l'elsa del suo pugnale ricurvo. Il mezzosangue era stato fatto entrare a spintoni nella sala, spintoni non necessari poichè non aveva opposto alcuna resistenza. Ma, i soldati che lo avevano scortato, sembravano sentirsi forti picchiando un prigioniero indifeso. No, non è indifeso, lo percepisco. Potrebbe liberarsi di loro in ogni istante. Ma non lo fa. Perchè? Quel pensiero lo aveva assillato dall'istante in cui, al palazzo degli Scorpioni, aveva assistito alla cattura del mezzosangue. In tutta quella faccenda c'era qualcosa che non tornava: per quasi un millennio lo storico era riuscito a farla franca. Nove generazioni di Cacciatori lo avevano cercato, senza mai neppure riuscire ad avvicinarsi a lui. E, adesso, tutto ad un tratto, erano riusciti a catturarlo. No, era davvero troppo strano, per quanto conoscesse le capacità del suo vecchi discepolo. Ma quel mezzosangue stava meditando qualcosa, qualcosa che non riusciva a comprendere. E io odio non capire. Devo sapere. Le guardie uscirono, lasciando solo loro tre nella sala, avvolti da un silenzio irreale.
***
Lo sguardo del prigioniero era rivolto verso il pavimento. Varlak I lo afferrò per il mento, sollevandogli il capo. Voleva fissarlo negli occhi. Ma, nello sguardo del mezzosangue, non vi era nè paura nè rassegnazione. <<E così, finalmente, dopo più di ottocento anni ci riveriamo, Amras. O forse preferisci che ti chiami Amhael Ras?>> Il mezzosangue non rispose alla provocazione, lasciando cadere il tono di sfida del sovrano che si voltò, lasciando ricadere il capo del prigioniero. Il Re si avvicinò al tavolo, afferrando la sua spada appoggiata su di esso. La lama dorata sembrò prendere fuoco per un istante, mentre un calore insopportabile invadeva la sala. <<Puoi restare in silenzio finchè vuoi, se ci riesci. Ma prima dell'alba io saprò ciò che devo. Questa è la volontà del Drago.>> E, senza neppure dare il tempo al prigioniero di rispondere, con un solo gesto vibrato dall'alto verso il basso, recise il braccio destro del mezzosangue con la lama dorata della sua spada. Fiotti di sangue esplosero accompagnati da un urlo sordo, schizzando sul pavimento e sulle pareti. Il prigioniero cadde a terra, tremante. Varlak I si avvicinò a lui e conficcò la punta della spada dentro la gamba di Amras. <<Parla, e il dolore cesserà. Dove lo nascondi? Dove si trova Nénharma? Parla!>> Ma, ancora una volta, il prigioniero rispose con il suo silenzio. Con rabbia, il sovrano scagliò lontano la sua arma, digrignando i denti. Il calore nella sala aumentò, e il pavimento e le pareti divennero incandescenti. L'aria parve incendiarsi, diventando irrespirabile. <<Esci dal tuo nascondiglio. So che sei qui. Ho bisogno di te.>> Dalle ombre della parte più nascosta nella sala emerse un uomo, vestito di nero, il cappuccio calato sul volto. <<Mi hai chiamato, Varlak?>> <<Non tentare di ingannarmi: la tua presenza non mi era ignota. Ma... tollero ciò che fai e ciò che sei. Fino a quando mi sei utile. Perciò, adesso, rendimi i servigi che mi devi.>> <<Come desideri.>> <<Voglio che lui parli!>> e, urlando, Varlak I indicò il mezzosangue che giaceva in una pozza di sangue. Malgrado le torture, però, era ancora cosciente. <<Non mi interessa come fai, i tuoi metodi non mi riguardano. Ma fallo parlare!>> <<E sia.>> Il sicario inarcò la schiena e guizzi di tenebre uscirono all'improvviso dal suo corpo. Il caldo soffocante che aveva invaso la sala fu spazzato via e la temperatura iniziò a scendere vertiginosamente. Il fuoco si spense e ogni cosa fu divorata dall'oscurità. Una lama danzò tra le ombre, spezzando un silenzio lungo mille anni. |
MATTEINO [Master Banana] |
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